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Timbuctù: recensione del libro di Paul Auster

Una storia di amore, perdita e memoria raccontata attraverso gli occhi di un cane.

Ci sono libri che parlano di grandi cose senza aver bisogno di raccontarle in grande.

Timbuctù è uno di questi.

Paul Auster racconta la storia di Mr. Bones, un cane, e di Willy G. Christmas, il suo padrone. Willy è un uomo che vive ai margini, un poeta che parla con il suo cane come si parla a qualcuno che può davvero capire. E forse, in qualche modo, Mr. Bones capisce molto più di quanto immaginiamo.

È una storia semplice solo in apparenza, perché sotto la superficie parla di alcune delle cose più difficili da raccontare: la solitudine, l’amore, la paura della morte e soprattutto la memoria.

Ed è proprio la memoria la cosa che mi è rimasta più impressa.

Mr. Bones guarda il mondo attraverso quello che Willy gli ha insegnato. Ricorda le sue parole, le sue abitudini, i luoghi che hanno attraversato insieme. Quando Willy non c’è più, tutto quello che rimane è il ricordo di una vita condivisa.

E forse è proprio questo il modo più delicato che Auster trova per parlare della perdita.

Non soltanto della morte di qualcuno, ma di quello che succede dopo. Di quando una persona non è più accanto a noi, ma continua a esistere nei nostri pensieri, nelle nostre abitudini, nei luoghi che ci riportano a lei.

Timbuctù è pieno di malinconia, ma non l’ho trovato semplicemente un libro triste.

Mi è piaciuto il modo in cui Auster riesce a raccontare sentimenti profondi attraverso cose molto piccole: un cane che aspetta, un uomo che deve partire, una memoria che torna, la paura di essere dimenticati.

E poi c’è Mr. Bones.

Guardare il mondo attraverso i suoi occhi cambia completamente il modo di leggere questa storia. C’è qualcosa di ingenuo e allo stesso tempo sorprendentemente lucido nel suo modo di cercare un senso alle cose. Attraverso di lui, Auster riesce a parlare dell’uomo senza raccontare direttamente l’uomo.

Alla fine, quello che mi è rimasto è soprattutto l’idea della traccia che lasciamo negli altri.

Forse non sappiamo mai davvero cosa rimarrà di noi quando ce ne saremo andati. Una fotografia, una frase, un ricordo, un’abitudine. Qualcuno che continuerà a pronunciare il nostro nome nella propria testa.

Timbuctù parla anche di questo.

Di quanto sia fragile il tempo che abbiamo a disposizione e di quanto sia importante ciò che riusciamo a lasciare dentro qualcun altro.

Non è un libro che cerca di dare risposte. È una storia che, pagina dopo pagina, lascia sedimentare una sensazione.

E forse è proprio questa la cosa che mi piace di certi libri: quando li finisci, non hai necessariamente qualcosa da dire.

Hai qualcosa da ricordare.

E Timbuctù, dopo l’ultima pagina, lascia soprattutto questo.