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I convitati di pietra: recensione del libro di Michele Mari

Ci sono libri che ti prendono per mano e ti accompagnano dentro una storia.

E poi ci sono libri che sembrano metterti davanti a qualcosa di molto più scomodo: il tempo che passa.

I convitati di pietra di Michele Mari parte quasi come un gioco.

Trenta ragazzi, compagni di liceo, decidono di scommettere sul proprio futuro. Ogni anno si ritroveranno a cena e conteranno quanti di loro saranno ancora vivi. Il tempo, però, fa quello che fa sempre: passa. E quello che all’inizio sembra soltanto uno scherzo un po’ macabro diventa lentamente qualcosa di molto più serio.

Perché all’inizio quei ragazzi sono giovani e la morte sembra una cosa lontanissima.

Poi arrivano le malattie.

Gli incidenti.

I funerali.

E, cena dopo cena, i convitati diventano sempre meno.

È questa, forse, la cosa che mi ha colpito di più del libro: vedere il tempo trasformare completamente il significato di quello che era iniziato come un gioco.

Mari racconta tutto con un’ironia particolare, a tratti quasi crudele. Si ride anche, e forse proprio per questo alcune situazioni diventano ancora più inquietanti. La morte è continuamente presente, ma non viene trattata con il tono solenne che ci aspetteremmo. Diventa quasi una presenza silenziosa seduta al tavolo insieme agli altri.

E più la storia va avanti, più quella scommessa sembra raccontare qualcosa di diverso.

Non tanto chi riuscirà a vivere più a lungo, ma cosa significa davvero vivere mentre sappiamo che, prima o poi, saremo noi quelli che non ci saranno più.

Mi è piaciuto molto anche il modo in cui il romanzo gioca con il tempo.

All’inizio sembra di conoscere quei personaggi come ragazzi. Poi li ritroviamo adulti, anziani, sempre più lontani dalle persone che erano all’inizio. Eppure continuano a portarsi dietro qualcosa di quella giovinezza.

Forse è proprio questo il punto in cui il libro mi ha colpito maggiormente.

Perché alla fine non è soltanto un romanzo sulla morte.

È un romanzo sulla giovinezza.

Sul modo in cui la guardiamo quando ce l’abbiamo davanti e sul modo completamente diverso in cui la guardiamo quando è ormai diventata un ricordo.

Quei ragazzi avevano davanti tutto il tempo del mondo.

E non potevano ancora sapere che quello che stavano vivendo era già il loro passato.

I convitati di pietra è un libro particolare, ironico, a tratti grottesco e sicuramente non sempre semplice da seguire. Ma sotto il gioco, la scommessa e l’ironia c’è qualcosa di molto umano.

La consapevolezza che il vero premio non fosse arrivare ultimi.

Forse era semplicemente essere lì, tutti insieme, quando ancora era possibile.

E forse è questo che rimane dopo l’ultima pagina: la sensazione che, mentre aspettiamo che inizi qualcosa, spesso non ci accorgiamo che la parte più importante è già cominciata.