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Norwegian Wood: recensione del libro di Haruki Murakami

Un romanzo fatto di ricordi, assenze, amore e solitudine. La mia recensione di uno dei libri più conosciuti di Haruki Murakami.

 

Ci sono libri che raccontano una storia e altri che, in qualche modo, riescono a lasciare dentro di te un luogo.

Norwegian Wood per me appartiene alla seconda categoria.

È una storia fatta di ricordi, assenze, amore e solitudine. Ma soprattutto è una storia sul tempo e su quello che il tempo fa alle persone che abbiamo incontrato. Toru guarda indietro alla sua giovinezza e, mentre lo fa, sembra quasi di avere la sensazione che quei ricordi non siano davvero suoi soltanto, ma appartengano a qualcosa di più grande: a quella parte della nostra vita in cui non abbiamo ancora imparato a lasciare andare le persone.

Murakami riesce a raccontare la malinconia senza cercare di spiegarla. Ed è forse questa la cosa che mi è rimasta più impressa.

Non ci sono grandi risposte, né un vero modo per sistemare quello che è successo. Ci sono persone che si incontrano, si amano, si perdono e continuano comunque a vivere dentro di noi.

Mi è piaciuto soprattutto questo modo di raccontare i sentimenti attraverso le piccole cose, attraverso i luoghi, la musica, le passeggiate, le attese. Come se la parte più importante delle storie non fosse sempre quella che accade, ma quella che rimane dopo.

E forse è proprio questo che rende Norwegian Wood così malinconico: la consapevolezza che alcuni momenti, mentre li stiamo vivendo, non sappiamo ancora che un giorno diventeranno ricordi.

È un libro che parla di crescita, ma non nel senso rassicurante del termine. Crescere significa anche imparare che alcune persone non possiamo salvarle, che alcuni amori non sono destinati a durare e che il passato, per quanto lontano, ogni tanto torna a bussare alla porta.

Non so se sia il mio Murakami preferito — 1Q84 per me rimane qualcosa di difficilmente raggiungibile — ma Norwegian Wood ha una malinconia diversa, più intima e terrena.

E forse è proprio per questo che, una volta finito, non ho avuto subito voglia di iniziare un altro libro.

Avevo semplicemente bisogno di lasciarlo lì, ancora un po’.